Il diritto del consumatore all’informazione
di Antonino Pettina
ISBN: 978-88-6096-250-8
Formato: Rilegato
Genere: Saggi giuridici
Anno: 2008 - Mese: novembre
Pagine: 132

La classe dirigente di ogni epoca ha sempre cercato di tenere gli individui sotto il proprio potere, manipolandoli e mantenendoli in uno stato di ignoranza. Tale ignoranza creava e alimentava una massa informe, assoggettata con riverenza ai detentori del potere stesso. Ciò è sempre accaduto e, da sempre, i “signori” hanno avuto la consapevolezza che il sapere è sinonimo di potere, mantenendo questo sapere al loro servigio. Per perseguire tale obiettivo la cultura, nel senso universalistico del termine dato dagli illuministi, rimaneva prerogativa di pochi eletti ed i governi ostacolavano deliberatamente l’associazionismo e l’aggregazionismo. Questi ultimi erano visti come forme di intralcio all’esercizio indiscriminato dell’autorità, in quanto le masse dovevano rimanere nell’ignoranza e gli individui dovevano essere mantenuti isolati tra di loro, al fine di restare in una condizione di sudditanza. La situazione ora in esame iniziò a cambiare con l’invenzione della stampa, intorno al 1436-1438, con la quale si allargò la sfera dei soggetti che poterono iniziare ad accedere ai libri, e dunque al sapere. Tale cambiamento assunse, poi, un forte slancio col pensiero illuministico del Settecento che preparò la Rivoluzione francese, avvenuta nello stesso secolo, ad opera di una borghesia colta, ansiosa di conquistare diritti pari alla propria potenza economica e stanca del vecchio regime feudale caratterizzato dai privilegi concessi ai nobili ed al clero. Tra la fine dell’800 e l’inizio del ’900, in seguito alla Rivoluzione industriale, anche gli operai e le altre fasce sociali iniziarono a prendere una crescente se pur lenta consapevolezza dei propri diritti e della propria appartenenza a classi sociali determinate. Proprio con la Rivoluzione industriale videro una forte espansione ed assunsero una posizione determinante nella diffusione dell’informazione e degli ideali di classe i nascenti mezzi di comunicazione di massa. Il popolo, dunque, iniziò a prendere coscienza del proprio ruolo nella collettività e della sua condizione di cittadino anziché suddito. L’allargamento della base informativa ha ridotto nel tempo con un rapporto inversamente proporzionale l’abuso del potere da parte dell’elite che lo esercita. Questo processo storico trova la sua consacrazione in quello che si può chiamare, con un osservazione ovvia ma veritiera, l’era dei mass-media caratterizzata dalla società dell’informazione. Società che trova la sua origine prima, paradossalmente, nella nascita dei regimi totalitari ed autoritari dei primi anni del XX secolo. I governanti di questi regimi ebbero l’intuizione di utilizzare e controllare l’informazione ora a disposizione delle masse. In particolare Mussolini aveva compreso che la forza di un governo solido risiede nel consenso popolare e a tal fine sviluppò un piano propagandistico che abbracciava ogni settore della società italiana e tutte le fasce di età. Il Duce capì che l’informazione poteva essere un potente mezzo di plagio della massa, se veicolata secondo i principi ed il credo fascista. A tal proposito istituì persino il Ministero della Cultura Popolare che controllava tutti i mezzi di diffusione di massa quali radio, giornali, volantinaggio e l’allora nascente cinegiornale. Per un miglior utilizzo e controllo di quest’ultimo, proprio in quegli anni, fondò l’istituto LUCE. L’aspetto più interessante, ai nostri fini, è evidenziare l’intuizione di Mussolini circa la facile influenzabilità delle masse se sottoposte a forti emozioni. Incaricò, così, esperti per sviluppare una ricerca sul gesto, sulla parola e sull’immagine, avvalendosi delle scoperte fatte dal cubismo e dalla fotografia, al fine di arrivare non solo alla mente ma anche al cuore dei destinatari dei messaggi propagandistici. I discorsi e i proclami erano accompagnati da frasi e da slogan studiati in modo tale da essere facili da ricordare ed avere un effetto immediato sui destinatari stessi. Quanto fatto dal regime fascista è stato poi ripreso dai politici del ’900 ma anche dalle aziende private e dagli operatori pubblicitari. Ciò è avvenuto soprattutto come conseguenza della sempre crescente industrializzazione e diffusione di beni di consumo. Beni non più destinati ad un’elite ma accessibili a tutti, ossia alle masse. In particolare, per quanto concerne l’Italia, in seguito al boom economico degli anni ’60 e ’70.

     
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